Tra le vallate delle Dolomiti bellunesi ci sono tradizioni che non sono mai diventate uno spettacolo per turisti, ma continuano a vivere perché la comunità le sente proprie. Il carnevale tradizionale del Comelico è una di queste: un rito popolare che si ripete da secoli, con maschere sontuose, una musica tramandata a orecchio e danze che vanno avanti fino a sera.
Dove e quando
La tradizione è particolarmente sentita a Comelico Superiore, il comune che riunisce le frazioni di Candide, Casamazzagno, Dosoledo e Padola, ai piedi delle Dolomiti di Sesto. Le mascherate si svolgono di domenica, nelle settimane di carnevale, e ogni paese ha le sue occasioni: a Dosoledo, per esempio, la mascherata legata a Santa Apollonia si tiene tradizionalmente la domenica più vicina al 9 febbraio, giorno della santa. In altre zone del Comelico e del Cadore questa usanza si è perduta nel tempo, e proprio per questo vederla dal vivo ha un valore speciale.
Da Auronzo il Comelico si raggiunge in auto: le due zone sono collegate dalla strada del Passo di Sant'Antonio, un valico a 1.476 metri che scende su Padola e che per secoli è stato uno dei principali collegamenti verso sud per queste vallate. In inverno informatevi sempre sulla percorribilità e sull'obbligo di dotazioni invernali.
Lachè e Matazin, le maschere guida
Il corteo è guidato da due figure di grande eleganza. Il Lachè e il Matazin indossano un alto copricapo cilindrico, la calòta, rivestito di velluto dai colori intensi e decorato con collane, perle, spille e altri oggetti preziosi disposti a formare un disegno armonioso. Dalla sommità partono nastri di seta e fazzoletti che, a ogni salto, si aprono a raggiera.
Il Lachè veste colori chiari e vivaci e apre il corteo correndo; il Matazin, in tonalità più scure, danza davanti ai suonatori, porta con sé un leggero scettro, la bagolìna, simbolo della sua autorità, e distribuisce caramelle da una scatolina d'argento. Al loro fianco si muovono i pagliacci, i paiàzi, che con un bastone tengono a bada la folla e fanno spazio alla danza.
Maschere belle e maschere dei vecchi
Il corteo mette in scena un contrasto antico. Da una parte le maschere belle, i mascri da bel, che rappresentano giovinezza, bellezza e abbondanza e seguono Lachè e Matazin; dall'altra le maschere dei vecchi, che incarnano vecchiaia e povertà e sono guidate dalla Matazèra. Quest'ultima è una figura più recente: nacque a Candide intorno alla metà del Novecento come controparte "povera" del Matazin, con materiali semplici, colori scuri e ornamenti economici al posto dei gioielli.
Secondo un'interpretazione diffusa, il carnevale del Comelico conserva il senso di un rito di passaggio: il saluto all'inverno e l'augurio di una buona stagione per i campi e i pascoli, affidato ai salti ritmati dei danzatori.
La «vecia», la polka che fa ballare tutti
La colonna sonora è la vecia, una polka saltellante di origine sconosciuta, trasmessa oralmente di generazione in generazione e suonata con la fisarmonica. Quando partono le prime note, Matazin e Lachè si lanciano nella danza con salti e ondeggiamenti sincronizzati, e il paese intero si ritrova per strada. La giornata segue un ritmo preciso: al mattino i protagonisti vengono vestiti in casa, perché gli abiti sono complicati da indossare; poi il giro del paese per raccogliere le altre maschere, le sfilate e i balli che proseguono fino a tarda sera.
Consigli per assistere
- Siate ospiti discreti: è una festa della comunità, non uno spettacolo organizzato; osservate, fotografate con rispetto e lasciate spazio ai danzatori.
- Equipaggiatevi per l'inverno: a febbraio in Comelico fa freddo e le strade dei paesi possono essere innevate; scarpe con una buona suola e abiti caldi sono indispensabili.
- Restate fino al pomeriggio: le sfilate sono spesso più d'una nella stessa giornata e l'atmosfera cresce con il passare delle ore.
Un inverno fra neve e tradizioni
Il carnevale cade nel cuore della stagione invernale, quando le giornate si dividono tra sci, ciaspolate e passeggiate sulla neve. Soggiornando a Villa Pais Tre Cime, ad Auronzo, potete dedicare una domenica al Comelico e rientrare la sera nell'appartamento, dove la stube di montagna del soggiorno è il posto ideale per scaldarsi e raccontarsi la giornata. È un modo per conoscere un volto delle Dolomiti che nessuna cartolina riesce davvero a restituire: quello delle comunità che, anno dopo anno, continuano a ballare la vecia per le strade dei loro paesi.
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